rispettosa provocazione numero 2

Approfitto di una recente conversazione per continuare nelle mie rispettose provocazioni: le “somatizzazioni dell’ansia”. Si dice che uno stato di stress possa essere “somatizzato”, cioè trasformarsi in qualcosa che, partendo dalla mente, influenza il “soma” (dal greco antico,”corpo”). Addirittura, nella fine del 1800, medici neurologi quali, per citarne uno, Charcot, stabilirono che alcune forme di paralisi isterica, cioè non indotta da traumi, potessero essere guarite con l’ipnosi. Stabilirono ed ottennero.
Da qui il grande successo dell’ipnosi e l’inizio delle cosiddette psicoterapie, alternative alle docce gelate, scosse elettriche ed altri metodi in uso a quei tempi per la cura delle psicopatologie.
Si parla ancora di somatizzazioni? Certo che si. Ma l’evoluzione della medicina classica oggi richiede innanzitutto che una ipotetica somatizzazione venga intanto curata con un protocollo terapeutico correlato alla diagnosi clinica.
Esempio: se mi fa male una gamba per cui zoppico, faro degli esami clinici e strumentali, ed intanto, mi verranno prescritti degli antiinfiammatori.
Solo se queste terapie non avranno effetto, il medico prenderà in considerazione una possibile diagnosi psichiatrica, e cioè che il dolore possa essere legato ad una somatizzazione.
In altre parole, dare come causa di un sintomo la somatizzazione è un azzardo, così come lo sarebbe escluderla per decreto.
Ma se dovessimo concludere che quel dolore fisico nasce da una somatizzazione, che si può fare?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *