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Auto InganniE' in libreria e
sul sito della casa editrice il nuovo libro di Italo Conti

Per non essere più vittime dei tranelli che
ci costruiamo
da soli.

Un manuale di psicologia individuale che descrive i disagi che possono derivare da inganni e autoinganni, analizza i più pericolosi e i più frequenti e ne svela le possibili origini.
Un libro di auto-difesa personale contro il nostro peggior nemico: noi stessi.

Terapia breve o analisi lunga?

Dubbio di molti che pensano di andare in “analisi” o in “terapia”: è meglio un approccio classico,  che secondo alcuni va alla radice dei problemi, ma spesso richiede anni, o basta uno breve, che insegna a gestire dopo qualche settimana il disagio, e che di solito si conclude nell’arco di tre/quattro mesi?

Per tentare una risposta coerente a queste domande, è necessario far chiarezza in primo luogo sui termini: cos’è una (psico) analisi, e cos’ è una (psico) terapia, quali sono i più diffusi tipi e modelli di analisi e terapia, e che cosa, in sostanza,  ci si può aspettare.

E’ opportuno precisare che in seguito il lettore troverà le opinioni di chi scrive, e non “verità assolute”, che peraltro non sono ancora, (e forse non saranno mai) stabilite, soprattutto su un tema continuamente in cambiamento che è quello dell’origine e della evoluzione dei problemi psicologici umani, delle teorie che li riguardano,  e di conseguenza dei modi validi per superarli.

Le analisi classiche

Citando un noto psicanalista freudiano del secolo scorso, il francese Jacques Lacan, che affermò “la psychanalyse n’est pas une cure, c’est une experience”, cioè “la psicanalisi non è un modo di curare un disagio, è una esperienza”, potremmo forse mettere a fuoco una delle caratteristiche principali di questo modello:
la psicanalisi classica (Freud,  Jung, Lacan, e relativi seguaci e istituzioni – esistono molti altri modelli di psicanalisi oltre quelli citati sopra, ma mi limito a questi per brevità - ), pur nelle differenze strutturali che i diversi capiscuola hanno elaborato, parte da uno schema di riferimento nel quale, per semplificare, la persona è in qualche modo condizionata e diretta dalle esperienze buone o meno buone avute nel passato, in particolare durante i primi anni di vita.

Secondo la psicanalisi classica, se alcune di queste esperienze hanno prodotto un disagio, il modo possibile di venirne fuori è diventare consapevoli di queste “cause” e dopo questa comprensione profonda (insight, in termine psicoanalitico) o imparare a convivere col disagio, oppure superarlo.
Naturalmente, per arrivare alla comprensione delle “cause”, serve una analisi dei ricordi, dei sogni, dell’inconscio, del transfert (vedi più avanti), e tutto ciò richiede molto tempo, in genere non meno di qualche anno; una signora che ho incontrato qualche tempo fa mi confidò di essere stata in analisi per 27 anni di seguito; non ho potuto impedirmi di chiederle quanti analisti avesse accompagnato al cimitero, ed in effetti, mi rispose “tre”…

Oltre a ciò, nel processo di rievocazione dei ricordi, inevitabilmente orientato dall’analista, e legato al modello di riferimento seguito dall’analista stesso, si corre un rischio: il paziente “costruisce” dei ricordi, che a volte non hanno alcuna possibilità di verifica, quindi possono essere qualcosa che non fa parte della vita infantile o trascorsa della persona, ma delle sue paure o dei suoi desideri.
Se però vengono dati per accaduti, per veri, tutto o parte del processo di costruzione di un passato può essere compromesso, e portare a fraintendimenti talvolta radicali.

False  memories*  ( Falsi ricordi)

Alcuni anni fa sui più importanti quotidiani statunitensi ha fatto scalpore la notizia riguardante una “class action” , cioè una causa legale sostenuta da un gruppo di persone, contro alcuni psicanalisti.
Le persone erano dei genitori i cui figli, andati in analisi dagli psicanalisti contro i quali era stata iniziata la class action, avevano “ricordato” di aver subito degli approcci sessuali incestuosi, da bambini.

Questi “ricordi”, avevano ovviamente pregiudicato i rapporti fra genitori e figli, (e non solo);
poiché  questi genitori sapevano e potevano dimostrare che niente di quanto i loro figli avevano creduto di ricordare era mai avvenuto, si costituirono parte civile nei confronti degli psicanalisti che, secondo l’accusa, avevano pilotato i ricordi dei loro figli verso eventi mai avvenuti.
Come mai erano emerse queste memorie di fatti inesistenti? Presumibilmente per due motivi:

  • Gli analisti erano propensi a tener fede ad uno schema di riferimento in cui un certo tipo di disagio non può che essere derivato da un evento incestuoso in età infantile
  • I pazienti erano coinvolti in una “relazione di transfert”, nella quale l’analista viene vissuto come una persona importante, il cui ruolo si avvicina a quello di un parente stretto, come il padre o la madre; il paziente  di conseguenza regredisce ad atteggiamenti e comportamenti più o meno infantili, tali da favorire una maggiore suggestionabilità, quindi una accettazione acritica delle interpretazioni o anche delle allusioni dell’analista stesso.

Il problema delle suggestioni che possono far emergere falsi ricordi, in particolare di abusi, è stato messo in evidenza ormai da diversi decenni: il primo episodio che ha avuto eco di cronaca, negli USA, è del 1994, e riguarda una bambina, Nicole Althaus, che “incoraggiata da un insegnante, e dai terapeuti, accusò il padre di avere abusato sessualmente di lei, facendolo arrestare…La giuria stabilì che il terapeuta e la clinica psichiatrica locale erano colpevoli di negligenza, e li condannò a pagare a Nicole  e ai genitori un risarcimento di oltre un quarto di milione di dollari. Suo padre è stato scarcerato, e lei si è riconciliata con i genitori. Il numero di casi di questo genere sta aumentando di continuo.”**

Per inciso, anche la class action di cui sopra fu vinta dai genitori, e gli analisti vennero condannati al pagamento dei danni morali e materiali , e ai genitori vennero pagati milioni di dollari di risarcimento.

*False memories of child sexual abuse, British Journal of Psychiatry, Hobbs, 1997
** da “Il mondo infestato dai demoni”, di Carl Sagan, pagg. 212-213, ed. Baldini e Castoldi, 1997


Al di là dell’aneddotica sulle conseguenze di errori professionali, l’esempio più sopra vuole evidenziare quanto possa essere poco efficace dal punto di vista della ricostruzione di un passato una procedura basata su una relazione lineare, che va ricostruita all’inverso: se c’è un problema attuale, dobbiamo risalire alla causa, situata probabilmente o certamente in un trauma vissuto nell’infanzia.

Questa regola può essere spesso, ma non sempre, valida in alcune scienze, come la medicina e la fisica, ma non è dimostrato che funzioni in psicologia e in psicoterapia, e questo per una serie di motivi:

1. per quanto la logica ci porti a presumere che se c’è un effetto, sarà stato prodotto da qualcosa, spesso le cause non sono mai una sola, quindi la scelta di una fra tante è un arbitrio

2. individuare la causa di un disagio presente in un passato più o meno lontano, comporta il rischio, come visto precedentemente, legato allo schema interpretativo, di costruire  (e non evocare) un ricordo, che potrebbe perciò essere falso


3. anche nella occasionale ipotesi di riuscire ad individuare la causa passata di un disagio attuale, questo non garantisce affatto la scomparsa del problema, visto che la macchina del tempo ancora non è stata costruita e il passato è appunto, passato, e non modificabile

4. Molto frequentemente fra problema e tentativi di soluzione inefficaci (fra i quali a mio parere può esserci anche la ricerca delle cause) si crea un circolo vizioso: si continua ad alimentare una sorta di programma automatico che porta ad una stabilizzazione del problema nel tempo, o, peggio, ad un suo aggravamento.

In sostanza, quindi, quale può essere l’utilità di una analisi classica? Ritorno alla affermazione di Lacan, e ribadisco che quanto precede e segue è soltanto la mia opinione, (oltre che, sembrerebbe, quella di Lacan):

la psicanalisi può essere una esperienza umana, di conoscenza di sé (secondo il modello di formazione dello psicanalista) che mette a disposizione dell’analizzato chiavi di interpretazione dei propri atteggiamenti, comportamenti e valori  diverse e più numerose di quelle che potrebbe ottenere attraverso le riflessioni personali o il confronto con amici.

Solo raramente, e a mio avviso in modo fortuito, la psicanalisi può essere una “cura” per problemi o disagi personali o relazionali; si veda a questo proposito il libro/narrazione di una analisi personale fatta da Marie Cardinal (“Le parole per dirlo, Bompiani 1976) di cui do una sintesi:
all’inizio l’autrice racconta di aver cominciato a soffrire di gravi emorragie uterine, e, dopo aver incontrato diversi ginecologi che avevano proposto come unica soluzione la isterectomia, aveva deciso di rivolgersi ad uno psicoanalista, in quanto essendo giovane e senza figli non si sentiva di accettare come definitivo l’intervento drastico proposto dai medici, e sperava molto di poter trovare una strada che non le impedisse di realizzare la sua femminilità.

Durante la prima seduta, lei descrive con grande emozione all’analista il problema terribile delle sue emorragie uterine, dello stato di perenne debolezza provocato da queste continue e massicce perdite di sangue, e il dramma di doversi quasi certamente sottoporre ad un intervento di isterectomia, e di conseguenza doversi rassegnare alla perdita della sua femminilità, in età così giovane, e senza aver avuto la gioia della maternità, e così via.

Quando, dopo questo lungo sfogo si ferma per riprendere fiato, l’analista fa un breve e secco commento, e la rimanda alla seduta successiva (cito a memoria) :
“ Vede, a me non interessano per niente le sue somatizzazioni, perciò la prossima volta mi parli di altro!”.

La Cardinal esce dallo studio completamente sconcertata, e molto delusa, soprattutto dalla freddezza del commento dell’analista; tuttavia, da quel momento, le sue emorragie cessano definitivamente.

Miracolo? Effetto placebo? Trasformazione strategica di una situazione?
Impossibile a dirsi, quello che sappiamo dalla lettura del libro è che l’analisi è continuata per il tempo canonico, e secondo lo schema del recupero ed elaborazione dei ricordi infantili, delle relazioni significative del passato attraverso il transfert.

Questa storia vera, che descrive l’esperienza lunga e complessa, (e sicuramente molto costosa) di una analisi personale ha degli aspetti emblematici:

mette in luce  la struttura di questo metodo, che richiede molto tempo per la narrazione e il recupero delle relazioni infantili dell’analizzato, la loro interpretazione secondo gli schemi di riferimento caratteristici di quella dottrina psicanalitica, e il “disvelamento” delle radici dei criteri che inconsapevolmente orientano i valori fondamentali, gli atteggiamenti ed i comportamenti dell’analizzato.  

Questo metodo, tuttavia, potrebbe rendere possibile la ristrutturazione della immagine personale, l’effettuazione di scelte diverse e a volte “rivoluzionarie” rispetto al passato;
per inciso, non di rado i parenti e gli amici di una persona che “va in analisi” sono piuttosto preoccupati per i cambiamenti eventualmente indotti nella persona, tali da non renderla più riconoscibile rispetto a prima, o tali da portarla ad abbandonare o rifiutare le relazioni che aveva.

Lasciando da parte le preoccupazioni degli amici e parenti, una persona motivata a comprendere meglio sé stessa, i propri atteggiamenti, le scelte di vita, i valori fondamentali, potrebbe realizzare con l’analisi personale una esperienza rilevante.

Va da se che, sempre a mio parere, il movente dovrebbe essere l’interesse o il bisogno di conoscersi meglio, e non quello di superare un disagio; se così fosse, la persona si troverebbe ad aver scelto una strada che la obbligherebbe come minimo a tenersi il disagio per tutto il tempo che dura l’analisi, e forse anche in seguito: infatti, non va dimenticato che “la psychanalyse n’est pas une cure, c’est une experience”.


Le psicoterapie ad indirizzo non psicanalitico

A partire dall’inizio degli anni ’50 del 1900 si sviluppano altri modelli di terapia, rispetto alla psicanalisi; anche per questo tema, farò una sintesi decidendo di dare qualche informazione soltanto su alcuni modelli, in particolare, il comportamentismo, la sua evoluzione attuale, cioè il cognitivismo /costruttivismo, e la terapia strategica breve.
La scelta è, come per quanto scritto sopra, del tutto personale,  e vuole mettere a fuoco dei modelli di psicoterapia centrati sulla sperimentazione, sul pragmatismo, sul “qui ed ora”, sul fare, in modo da differenziarli dalla psicanalisi, costruita sulla ricerca delle cause (infantili) del disagio, sul recupero dei ricordi e soprattutto sulla interpretazione da parte dell’analista delle “associazioni libere”, dei sogni, dei lapsus, delle resistenze, del transfert.

Comportamentismo

Questo modello, che nasce dalla osservazione del comportamento animale, e dagli esperimenti che i ricercatori hanno messo a punto per meglio comprenderlo, è legato come riferimento generale alle scoperte di Darwin, che definiscono come fattore chiave della sopravvivenza di una specie la sua capacità di adattarsi con risultati ottimali alle sfide ed opportunità offerte dall’ambiente, dal “territorio” in cui la specie vive; lo strumento base attraverso il quale un individuo gestisce efficacemente il suo rapporto con l’ambiente naturale è l’apprendimento.

Gli scienziati del comportamento scoprono non solo i fattori innati (istintivi) che permettono agli individui di gestire l’ambiente, ma anche la flessibilità che gli individui stessi possono mettere in atto, per superare i problemi: la strategia più efficace è quella cosiddetta “per prove ed errori “, cioè un individuo prova un modo per superare un problema, e lo modifica se non funziona, fino a trovare quello efficace. La soluzione del problema è considerata un “rinforzo positivo”, cioè una sorta di premio, che favorisce l’acquisizione del comportamento, che quindi diviene parte delle abitudini: diventa quasi come il comportamento istintivo, e molto spesso si trasmette alle generazioni successive.
Un esempio tipico è il modo in cui alcune scimmie africane hanno trovato la strategia più funzionale per nutrirsi di formiche: invece che scavare il nido (la cui superficie esterna è durissima, quindi comporta una spesa energetica che non rende conveniente il cibarsi di formiche) hanno elaborato un sistema decisamente più appropriato: infilano un ramoscello nell’ingresso del nido, le formiche si attaccano a questo “estraneo”, e la scimmia non ha altro da fare che estrarre il rametto e mangiare le formiche.

In sostanza, queste scoperte/sperimentazioni hanno dimostrato che atteggiamenti e comportamenti possono mutare, se esiste una motivazione sufficiente ad indurre il soggetto ad apprendere qualcosa che potenzia le sue capacità di ottimizzare il rapporto con l’ambiente, o con gli altri membri del gruppo,  o con sé stesso.
Se questo avviene nell’animale, a maggior ragione possiamo presumere che avvenga nell’uomo; si tratta di trovare le condizioni più opportune perché si faciliti un apprendimento per prove, errori e rinforzo.


Modi di apprendere

Esercizio
L’acquisizione di un nuovo comportamento/atteggiamento può essere ottenuta tramite strategie diverse; una frequente è legata all’allenamento: la guida di un’auto richiede abilità e coordinamenti del tutto nuovi e, prima di quando si inizia, mai sperimentati prima.
Tuttavia, allenandosi queste abilità si imparano, e dopo qualche tempo non richiedono l’attenzione del guidatore, che le usa in modo  automatico.

In modo simile si imparano modelli di azione e reazione  in ambiti molto diversi, per esempio nell’ambito delle relazioni interpersonali, e anche in quello delle emozioni.
Nei bambini molto piccoli (dell’età in cui le modalità comunicative e operative sono limitate, respirare, nutrirsi, evacuare, piangere e sorridere)  il pianto, inizialmente legato ad uno stato di disagio fisico, viene successivamente utilizzato per segnalare e vedere soddisfatto anche un bisogno emotivo, come il contatto; il bambino impara attraverso il criterio del rinforzo che se segnala col pianto un disagio emotivo, in genere ottiene ciò che vuole.
Tutto ciò, molto prima che si sviluppi il linguaggio, che agevola il processo di comunicazione.

Imitazione

Si può apprendere anche “per imitazione”: guarda come faccio io, e fai come me. Questa modalità è usata non soltanto per imparare abilità motorie/comportamentali, ma anche, e non poco, in ambiti situazionali.
E’ intuitivo che l’apprendimento per imitazione richiede un modello da imitare, ed anche (in genere) che chi imita consideri il modello un leader, uno che ci sa fare, che sa cosa fare e cosa dire.
Un esempio  sono i comportamenti e gli atteggiamenti degli adolescenti che “si consorziano” in un gruppo, a scuola, nelle tifoserie, etc: come sappiamo, non solo si vestono e parlano, ma pensano allo stesso modo, hanno gli stessi miti, gli stessi valori.

Intuizione

E’ stato dimostrato anche un modo di apprendere per così dire “intuitivo”, che cioè non avviene né per ripetizione di schemi operativi, né per imitazione, ma come sommatoria inconscia di dati, che portano alla soluzione del problema; è stato notato quando uno sperimentatore ha messo fuori della gabbia di una scimmia una banana, non raggiungibile allungando la zampa.
Nella gabbia erano però stati messi due bastoni , staccati,  ma inseribili uno nell’altro, e la scimmia dopo aver provato ad avvicinare il cibo con ognuno dei due, improvvisamente intuisce che può provare ad unirli, dopo qualche tentativo trova l’innesto, e raggiunge la banana.

Questa lunga premessa sui modi di apprendere vuole in sostanza evidenziare lo strumento di base usato nel modello di psicoterapia detto “comportamentismo”, che è appunto la modificazione dei comportamenti e degli atteggiamenti disfunzionali e perciò fonte di disagio, sostituendoli con comportamenti ed atteggiamenti viceversa funzionali.
Un esempio; supponiamo che una persona abbia una fobia per i cani, cioè entri in uno stato di ansia e successivamente di panico se incrocia un cane (qualsiasi sia la taglia, cioè dal chihuahua, all’alano).
La tecnica comportamentista (una delle tante) detta di desensibilizzazione graduale, prevede un avvicinamento all’oggetto fobico che comincia con l’acquisto di un cane di peluche e l’allenamento a stargli vicino, a toccarlo, insomma, a prenderci confidenza.
Il secondo passo è verificare a che distanza da un cane vero la persona non si sente in pericolo, e quindi a ridurla pian piano fino a d arrivare al contatto, cioè ad accarezzare il cane. Un passo spesso decisivo è quello di far acquistare un cucciolo, e lasciare che sia il paziente ad allevarlo.

Cognitivismo/costruttivismo

Nel 1967 nasce come evoluzione del Comportamentismo, il cognitivismo .

E’ l’era dell’inizio della cibernetica, la nuova scienza dei computers, e sembra quasi inevitabile trovare delle somiglianze operative fra il funzionamento della mente/cervello e le macchine, in cui l’informazione entra, viene elaborata, e produce un effetto.

Il cognitivismo considera il cervello umano come un elaboratore di informazioni provenienti dall’ambiente, cioè uno strumento di raccolta, elaborazione e trasformazione dei dati ambientali.
Un esempio del procedimento attraverso cui, secondo i cognitivisti, una persona (ma anche un animale) raggiunge un obiettivo è:

a) analisi della  situazione, confronto con la meta da raggiungere

b) progetto per raggiungere l’obiettivo

c) attuazione delle azioni

d) riesame della situazione  

e) se l’obiettivo è raggiunto , ok; se no si ripete la procedura, cambiando il progetto e le azioni sin quando il problema non è superato.
Ogni volta che l’obiettivo viene raggiunto, la persona non ha solo imparato qualcosa di nuovo; questa nuova cognizione modifica la mappa delle informazioni precedenti, quindi la nuova conoscenza è un processo attivo di evoluzione.
Il  paradigma del Costruttivismo  è che non esiste una realtà' oggettiva, ma  una realtà “costruita”, e diversa per ognuno di noi.
E' la persona stessa che costruisce, in base alle sue esperienze, alle emozioni che prova, alle sue convinzioni, la realtà che la circonda, e questo nel bene e nel male; in altri termini, se io mi convinco che non sarò mai in grado di dialogare con una persona dell’altro sesso, allora non ci proverò neppure Questo “non fare” chiude il circolo vizioso, ed alimenta la convinzione di non essere in grado.

Una terapia in ottica costruttivista perciò tende a mettere in luce gli schemi presupposizionali, le ridondanze, le convinzioni “dogmatiche”, attraverso le quali una persona costruisce la sua realtà, e a lavorare in modo che siano non solo resi consapevoli, ma modificati questi processi operativi, se sono fonte di disagio, o impediscono il raggiungimento degli obiettivi. Psicoterapia strategica breve
Perché questo modello è definito “Brief Strathegic Therapy” (approfitto per identificare la sigla che userò in seguito per abbreviare: BST)?
Perché breve: proprio in quanto (e questo avviene in assoluto per la prima volta, nell’ambito delle psicoterapie)  viene determinata una durata della terapia, che rientra in genere nelle 10/15 sedute, ma può essere anche molto più rapida, e concludersi in 2/3 sedute.
Il vantaggio di questo aspetto, soprattutto quando viene paragonato con le terapie più diffuse, che richiedono anni, è talmente eclatante (e ancor di più lo era quando questo modello ha iniziato ad essere applicato, verso il 1965), che si è pensato di metterlo in evidenza anche nella definizione stessa.
Perché strategica: il terapeuta propone tecniche e strumenti radicalmente differenti da quelli usati nel modello psicanalitico ma anche in quello  cognitivista/costruttivista, e che non vanno alla ricerca o alla comprensione delle cause, alla destrutturazione di dogmi e convinzioni, ma sono orientati alla ricerca ed applicazione sperimentale di “soluzioni alternative” a quelle inefficaci.
Queste soluzioni diverse, che vengono ricercate e strutturate riferendosi non soltanto alla logica razionale, ma a modelli di logica “non lineare”, e cioè legata alle modalità di espressione ed evoluzione delle emozioni,  hanno l’obiettivo di modificare le percezioni e le reazioni del cliente, nei momenti in cui si verifica il problema,  in maniera da permettergli di superare il disagio, ma, oltre a questo, sono suscettibili di diventare nuove modalità di percepire e reagire, stavolta funzionali alla migliore gestione dello stress.
Per evitare di rimanere sul teorico, farò un esempio: anni fa viene nel mio studio una signora molto graziosa ed elegante, che mi dice di essere in ansia per la sua salute, in quanto da oltre un mese riesce a nutrirsi solo con cibi liquidi o frullati.
Infatti, improvvisamente ha avuto la sensazione di soffocare mentre mangiava una mela, e da quel momento ha smesso di mangiare cibi solidi, neppure la masticazione più lunga le permetteva di non sentirsi in grave pericolo.
La conseguenza è stata che non solo ha perso il piacere di mangiare, ma si è nutrita di meno, perciò è calata di peso, e si sente sempre in uno stato di debolezza; gli effetti “collaterali” di questo problema sono l’ansia, che aumenta esponenzialmente quando si siede a tavola (per cui spesso salta il pranzo o la cena), ma anche il costante senso di insicurezza, la preoccupazione di avere qualche malattia che i medici (è andata dai più noti specialisti gastroenterologhi, neurologi, etc) non riescono a diagnosticare né a curare.
Naturalmente prende in considerazione ciò che tutti le hanno detto, cioè che è “solo” una somatizzazione dell’ansia, ma questo non l’aiuta né a mangiare, né a sentirsi meno ansiosa riguardo all’alimentarsi, ed in sostanza si sente molto pessimista riguardo alla sua capacità di superare questa situazione, anzi, non scarta affatto spiegazioni estreme, come quella di stare impazzendo, o condizioni estreme, come quella di morire soffocata nonostante la dieta liquida, o di fame…
Dopo questa narrazione, e una conversazione su temi più generali, le chiedo:
- lei, prima, era golosa, cioè c’erano delle cose che le piacevano particolarmente?
Mi risponde con una luce d’allegria negli occhi:
- si, in particolare i dolci.
- E quale sarebbe il dolce che se fosse ora qui davanti a lei le darebbe la tentazione più irresistibile?
La risposta, sempre con gli occhi illuminati dall’allegria, è:
- Il babà al rhum
Parliamo dei migliori babà al rhum di Roma, dove li fanno, il guinness delle pasticcerie, insomma un discorso piacevole, sul leggero, mentre prima si parlava di malattie, angosce, soffocamenti, e via discorrendo.
Alla fine della seduta le dico:
-signora, io vorrei che lei facesse qualcosa per me, oggi e nei giorni a venire, fin quando ci  incontreremo la prossima settimana. (Lei mi guarda sorridendo in attesa di quello che aveva previsto io le avrei “prescritto”)
Qual è la pasticceria che fa i babà da primato? Vada lì, e se ne compri un paio, perché devono esser freschi per essere buoni al massimo…
Poi, stasera, ne metta uno a tavola, e quello è il dolce per lei, solo per lei, e lo mangerà alla fine, perché come dicevano gli antichi romani “dulcis in fundo”…, e così farà domani, e per i prossimi giorni; ma dovrà sempre comprare i nuovi babà freschi, appena fatti, perché cosi sono più buoni…Lei si mette a ridere, dice “ma allora lei mi prende per la gola…”  
Io rispondo “c’è modo migliore per curare la gola?”
Ci salutiamo con un sorriso.
La settimana successiva la signora mi dice che ha ripreso a mangiare cibi solidi dalla sera in cui è venuta per la prima volta, che in sostanza il problema è superato.

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Dott. Italo Conti Psicoterapeuta - © 2012 Tutti i diritti riservati. - P. I. 10394320583
Ultimo aggiornamento: 04.05.2012 ~ a Drauth.org site