La depressione, le ansie, le fobie, risultano essere fra i disagi psichici più frequenti e comuni: circa 1 persona su 4, cioè circa 12 milioni di italiani, ha sofferto di questo tipo di problemi in questi ultimi anni.
Che si fa? In genere, si va dal medico, e spesso, dal medico di famiglia, che ha la esperienza e competenza per prescrivere un aiuto immediato.
I farmaci a disposizione ( antidepressivi ed ansiolitici) sono moltissimi, e sia efficaci che ben tollerati circa nel 75-80% dei casi; lo schema di trattamento prevede per gli ansiolitici un minimo di durata dell’assunzione di 7/10 giorni, e per gli antidepressivi un minimo di 4/6 mesi.
Una volta ottenuto il risultato, la sospensione deve sempre essere graduale, cioè si deve ridurre progressivamente il dosaggio fino al termine della terapia.
Una leggenda metropolitana alquanto diffusa attribuisce agli psicofarmaci effetti perversi, come la dipendenza e/o l’assuefazione.
Le sostanze che inducono tossicodipendenza non sono quelle che fanno star meglio se uno sta male (per capirci, non si diventa tossicodipendenti dal cachet per il mal di denti) ma quelle che portano a uno stato di benessere più o meno esaltato rispetto a quello consueto, quindi i cosiddetti oppiacei, la cocaina, l’alcool e la nicotina, per citare le più diffuse.
Chi fa uso di queste sostanze sviluppa una tossicodipendenza, cioè biochimicamente non riesce a farne a meno; se lo fa, deve affrontare la “crisi d’astinenza”, che comporta grandissime sofferenze per lungo tempo.
La dipendenza psicologica è determinata invece non dal legame biochimico, ma da quello psicologico che si instaura con un qualcosa o qualcuno; si può, in altre parole, diventare psicologicamente dipendenti dal consumo di cioccolata, pasta al pesto, sgombro affumicato (o, peggio, di caviale nero del Volga), o dalla presenza di una persona, e così via.
La dipendenza non deve esser confusa con l’assuefazione, che implica la necessità di aumentare la dose di una sostanza per ottenere l’effetto; con gli psicofarmaci questo problema di norma non si pone: o le dosi terapeutiche hanno effetto, o il medico cambia farmaco.
Visto che i farmaci spesso funzionano, che senso ha fare una psicoterapia, per superare gli stessi problemi?
Un senso importante: se una persona riesce, con la psicoterapia, a cambiare le soluzioni inefficaci ad un problema con altre efficaci, ottenendo un miglioramento o superamento del disagio senza l’uso di farmaci questo significa che:
· la persona ha imparato, ed applicato con successo, delle strategie che la rendono autonoma, ed indipendente dal farmaco; l’alternativa, cioè prendere il prodotto e aspettare che faccia effetto, evidentemente, comporta la passività di chi lo adopera. Perciò, se si sta meglio, è merito del farmaco, e se uno sta male di nuovo, probabilmente vi ricorrerà di nuovo (in effetti, le “ricadute” dopo l’uso anche corretto di antidepressivi, per esempio, superano il 30%)
· il fatto che esclusivamente con l’impegno personale, cioè aiutandosi da soli, si sia superato il problema, produce un aumento della fiducia e della stima in se stessi, e quindi in una eventuale diversa situazione difficile, la persona ha ed usa le risorse che ha imparato, superando la difficoltà
· Le ricadute dopo una psicoterapia efficace, appunto per quanto sopra, non superano il 5%, e quando avvengono, di solito si è verificato qualcosa di così critico da provocare uno scompenso anche in chi non ha una storia di sofferenza psichica precedente
Per concludere, come per ogni scelta e decisione, soprattutto concernente lo stato di benessere fisico e psicologico, vale la pena di soppesare e confrontare le alternative a disposizione, in termini di rapporto costi benefici, efficacia ed efficienza, e i dati e le informazioni più sopra intendono dare un contributo a chi legge.
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