INNAMORARSI I PUNTATA

Innamorarsi (prima puntata)
Quanti vanno dallo psicoterapeuta per pene d’amore? Moltissimi, è probabilmente una delle ragioni più frequenti per le quali ci si rivolge allo psicologo.
Come mai? L’innamorarsi è una condizione per certi aspetti bellissima (alcune persone, se non sono innamorate, è come se vivessero con minore intensità, e perciò cercano sistematicamente di esserlo), ma può essere anche difficile, piena di contrasti, e nella quale è come se , a volte, si dovesse riscoprire un altro sé stesso nelle proprie reazioni emotive, nelle azioni, nel bene e nel male.
Cosa porta una persona ad innamorarsi di un’altra?
In genere, sono fattori inavvertiti dalla coscienza, e se l’innamorato si fa questa domanda, costruisce le risposte attraverso una analisi logica e razionale: mi piace fisicamente, come mi tratta, la sensibilità, le sintonie fra noi…
Ma l’innamoramento non è legato ad analisi del genere; ci si innamora per una pura spinta emozionale.
L’innamoramento è conseguenza di autonarrazioni e percezioni indotte da emozioni: possono essere un gesto, un profilo, un odore, un tono di voce, che nel passato di chi si innamora sono collegate a ricordi intensi di benessere, gioia, sicurezza, serenità, entusiasmo; non solo: ci si può sentire trascinati in modo irresistibile verso una persona se essa rievoca una somiglianza con l’oggetto di un affetto fondamentale, magari nella prima infanzia. Ricordi e affinità che però non ritornano alla memoria nel momento dell’innamorarsi, ma solo, a volte, più tardi, oppure mai.
I ricordi e le affinità non consapevoli hanno probabilmente un effetto simile alla cosiddetta pubblicità subliminale, che è stata sperimentata ( e successivamente proibita) molti anni fa: nella proiezione di un film, ogni tanto, veniva interpolata una immagine, per esempio di una persona che sorridendo teneva in mano un bicchiere di birra.
L’occhio umano ha bisogno di 16/18 fotogrammi al secondo per vedere il movimento, ed i films sono costruiti con questa progressione. Se viene inserito un fotogramma diverso fra i 16, consapevolmente noi non lo vediamo, ma in modo automatico il nostro cervello lo registra, e si è dimostrato che questo produce un effetto: un gran numero di persone, all’uscita dal cinema, sente il bisogno di fermarsi al primo bar, e bersi un bel bicchiere di birra fresca.
Un altro motivo ignoto a chi “cade” in amore è la percezione olfattiva inconsapevole di ferormoni che altrettanto inconsapevolmente vengono emessi dal partner.
I ferormoni (dal greco pherein “trasportare” e hormao “eccitare”) sono sostanze volatili che vengono escrete da un individuo e che provocano in un individuo della stessa specie e, in genere, di sesso opposto, delle reazioni emotivo/comportamentali, in particolare nel comportamento sessuale. Nei mammiferi, che hanno una fertilità sessuale limitata nel tempo, si parla di “estro” o di “calore”, ed il maschio percepisce e viene attratto dai ferormoni emessi dalla femmina nel periodo di estro.
E’ stato dimostrato che le donne al momento dell’ovulazione possono secernere ferormoni, e che un uomo può “annusare” questi ormoni. Naturalmente,(a parte l’ovulazione), il meccanismo funziona anche per una donna che viene inconsapevolmente attratta dai ferormoni emessi da un uomo.
Quindi, i motivi per cui ci si innamora possono essere numerosi, ma salvo casi rari sono legati o a ricordi e fantasie inconsci, o ad altrettanto inconsce percezioni visive, auditive, o olfattive; le emozioni che proviamo, le chiamiamo innamoramento. La persona in amore si sente bene quando si trova con l’amato/a, e sente di essere amato/a più o meno con la stessa intensità con cui ama.
L’essere innamorati determina uno stato di dipendenza forte dalla presenza e dai segnali d’affetto e di esclusività che il partner manda, l’autonomia nella relazione con se stessi ed anche con altri viene più o meno limitata, la persona innamorata ha necessità di conferme (sull’essere amata, desiderata, “unica”, e così via).
E’ come se si fosse incrinata una sorta di integrità del sé, che può essere riparata solo dai segnali d’affetto del partner, e senza i quali l’essere innamorati diventa una vera e propria sofferenza.

Una rispettosa provocazione (n°3)

Approfitto di una recente conversazione per continuare nelle mie rispettose provocazioni: le “somatizzazioni dell’ansia”. Si dice che uno stato di stress possa essere “somatizzato”, cioè trasformarsi in qualcosa che, partendo dalla mente, influenza il “soma” (dal greco antico,”corpo”). Addirittura, nella fine del 1800, medici neurologi quali, per citarne uno, Charcot, stabilirono che alcune forme di paralisi isterica, cioè non indotta da traumi, potessero essere guarite con l

‘ipnosi. Stabilirono ed ottennero.
Da qui il grande successo dell’ipnosi e l’inizio delle cosiddette psicoterapie, alternative alle docce gelate, scosse elettriche ed altri metodi in uso a quei tempi per la cura delle psicopatologie.
Si parla ancora di somatizzazioni? Certo che si.

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Perché mio figlio non mi dà retta? 3° puntata

Nella puntata precedente abbiamo messo in luce il fatto che la comunicazione è uno degli strumenti fondamentali nel costruire, mantenere e modificare una relazione, Comunicare non significa soltanto scambiare informazioni, implica inevitabilmente un influenzamento reciproco.

Ciò che si dice, il modo in cui lo si dice, e quello che si ascolta, lasciano traccia nell’interlocutore, in altre parole, lo influenzano. Viene provocata una reazione, anche se il tema interessa poco o nulla, anche se si è in disaccordo.

La quantità e la qualità di questa reazione dipendono dalla capacità di esprimersi con chiarezza da parte degli interlocutori, dalla competenza sugli argomenti; ma c’è almeno un altro fattore che incide sull’influenza esercitata: la premessa, quasi sempre inconscia, sulla credibilità dell’interlocutore .

Una accettazione, o all’opposto, una critica, avranno rispettivamente una influenza positiva o negativa a seconda di come viene percepito in termini di credibilità l’interlocutore.

Tutte queste azioni/reazioni avvengono per lo più in maniera automatica.

E’ questo il motivo per cui la lettrice che ha commentato per prima il post, si ritrova magari dopo anni a verificare che alcuni temi su cui aveva discusso con i figli, ricevendo feedback di disaccordo, ora risultano “incamerati”, e addirittura esposti con le stesse parole usate dalla madre.

La costruzione, nel passato, di una relazione nella quale il ruolo gerarchico del genitore è esercitato fattualmente, ha siglato la credibilità del genitore stesso, che quindi riscuote nel futuro l’influenza sulla quale ha investito.

Se quanto sopra è sperimentato e credibile, almeno in termini percentuali (l’esercitare l’autorità, e non solo l’autorevolezza, con i figli di età inferiore ai 18 anni, sembra che porti vantaggi relazionali e formativi almeno nell’80% dei casi), perché i genitori delle ultime generazioni sono così restii ad utilizzare la gerarchia?

Domanda a cui non può essere data una sola risposta, ma ne propongo qualcuna:

  1.  I genitori hanno paura che non riusciranno a tollerare la reazione negativa del figlio, che sia di sofferenza o di ribellione; si sentiranno talmente in colpa per aver prodotto una sofferenza o una rabbia, che abdicheranno all’uso dell’autorità.
  2.  I genitori hanno una posizione “sociopolitica” contraria

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Somatizzazioni dell’ansia

Approfitto di una recente conversazione per continuare nelle mie rispettose provocazioni: le “somatizzazioni dell’ansia”. Si dice che uno stato di stress possa essere “somatizzato”, cioè trasformarsi in qualcosa che, partendo dalla mente, influenza il “soma” (dal greco antico,”corpo”). Addirittura, nella fine del 1800, medici neurologi quali, per citarne uno, Charcot, stabilirono che alcune forme di paralisi isterica, cioè non indotta da traumi, potessero essere guarite con l

‘ipnosi. Stabilirono ed ottennero.
Da qui il grande successo dell’ipnosi e l’inizio delle cosiddette psicoterapie, alternative alle docce gelate, scosse elettriche ed altri metodi in uso a quei tempi per la cura delle psicopatologie.
Si parla ancora di somatizzazioni? Certo che si.

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Ma perché mio figlio non mi dà retta?

Negli ultimi due decenni, sempre più spesso mi son sentito fare, da genitori frustrati e preoccupati, questa domanda; e questo accade non solo quando l’età del figlio è quella canonica, cioè l’adolescenza. Sembra che la “contestazione” o comunque la disobbedienza e la perdita di attenzione riguardo alle richieste dei genitori possano cominciare in età precocissime.

La mia sensazione è che questo problema possa essere legato alla inconsapevole, ma attuata, rinuncia al ruolo gerarchico da parte dei genitori.

Il bambino ha una assoluta necessità di essere guidato, ed i genitori hanno  l’assoluto dovere e responsabilità di guidarlo.

Uno degli strumenti per ottenere questi obiettivi è la gerarchia: chi comanda in casa, il figlio o i genitori? (Questa è una controdomanda che spesso faccio a chi mi fa quella del titolo).

E frequentemente, gli stessi genitori, con sorpresa, si rendono conto che chi comanda sono i figli; in un modo o nell’altro, si fa quello che vuole il figlio.

I bambini, nella loro innocenza, sono in grado di leggere gli effetti dei loro comportamenti e imparano molto precocemente a usare modelli di influenza efficaci, per raggiungere i loro obiettivi.

Non esiste purtroppo una “scuola di formazione” per i genitori, che tuttavia, inevitabilmente, fanno quello che fanno con e per i figli essendo influenzati da una molteplicità di vettori: esperienze con i loro genitori, narrazioni fatte da parenti, amici, letture, films, e non di meno, da emozioni e sensi di colpa.

Molto raro è che prima di agire si domandino se la loro azione sta all’interno di un metodo generale, piuttosto che essere il tentativo più rapido e a portata di mano per risolvere il problema del momento.

Se, come spesso accade, non c’è stata l’occasione di definire, in coppia, le basi della struttura di un metodo generale, si agisce d’impulso, sotto l’influenza dei vettori di cui sopra.

Approfondirò la tematica di quest’articolo seguendo gli eventuali commenti.

 

Un problema irrisolvibile

Parliamo di problemi psicologici; un esempio potrebbe essere ” non riesco a togliermi dalla testa quella idea, quella persona, quell’evento…”

Di solito, alla infinita (non è vero, ogni tanto la testa si distrae) ricorrenza dell’idea/persona/evento è associata una emozione negativa.

Una delusione, un rammarico, un rimpianto, per dirne tre.

Ma cosa in genere si fa per raggiungere l’obiettivo? Si cerca di non pensarci, sottovalutando il fatto che più cerco di non pensare a quel qualcosa, più inevitabilmente ci sto pensando.

In psicoterapia strategica breve questo “metodo” viene definito “una soluzione inefficace che rende il problema persistente”

O una soluzione funziona, e lo capiamo perché il problema è superato o ridimensionato, o non funziona, e lo capiamo perché il problema persiste o addirittura si complica.

Dunque, prima di applicare al problema X l’etichetta “irrisolvibile” dovremmo pensare a quali altri tipi di soluzioni potremmo provare ad usare.

Ed avere un atteggiamento creativo; cioè, prendere in considerazione criteri non usuali, non ordinari. In cucina, un criterio usuale può essere quello di non mischiare il dolce col salato, o col piccante.

Ma qualcuno, ha voluto provare ad andare oltre, e pare  che il cioccolato piccante abbia ottenuto un successo inatteso.

Ci sarà qualcuno dei lettori che farà commenti ed esempi?

rispettosa provocazione numero 2

Approfitto di una recente conversazione per continuare nelle mie rispettose provocazioni: le “somatizzazioni dell’ansia”. Si dice che uno stato di stress possa essere “somatizzato”, cioè trasformarsi in qualcosa che, partendo dalla mente, influenza il “soma” (dal greco antico,”corpo”). Addirittura, nella fine del 1800, medici neurologi quali, per citarne uno, Charcot, stabilirono che alcune forme di paralisi isterica, cioè non indotta da traumi, potessero essere guarite con l’ipnosi. Stabilirono ed ottennero.
Da qui il grande successo dell’ipnosi e l’inizio delle cosiddette psicoterapie, alternative alle docce gelate, scosse elettriche ed altri metodi in uso a quei tempi per la cura delle psicopatologie.
Si parla ancora di somatizzazioni? Certo che si. Ma l’evoluzione della medicina classica oggi richiede innanzitutto che una ipotetica somatizzazione venga intanto curata con un protocollo terapeutico correlato alla diagnosi clinica.
Esempio: se mi fa male una gamba per cui zoppico, faro degli esami clinici e strumentali, ed intanto, mi verranno prescritti degli antiinfiammatori.
Solo se queste terapie non avranno effetto, il medico prenderà in considerazione una possibile diagnosi psichiatrica, e cioè che il dolore possa essere legato ad una somatizzazione.
In altre parole, dare come causa di un sintomo la somatizzazione è un azzardo, così come lo sarebbe escluderla per decreto.
Ma se dovessimo concludere che quel dolore fisico nasce da una somatizzazione, che si può fare?

Una rispettosa provocazione

Ci siamo mai domandati quanto di razionale e logico c’è nelle nostre azioni/reazioni (senz’altro lo abbiamo fatto per le azioni/reazioni di altri), e quanto spazio invece lasciamo all'”istinto”, ai “sentimenti”, alle “emozioni”?

Ci attribuiamo consapevolmente una sorta di modello operativo di lettura delle situazioni, modello legato alla personalità, o al carattere, o alle influenze degli astri, e conseguentemente alla lettura pensiamo di reagire seguendo questo modello? Ci siamo mai chiesti quali altre scelte di lettura/ interpretazione possiamo avere, e quali altre scelte di reazione?

In altre parole, quanto governiamo il nostro cervello e corpo, e quanto viceversa lasciamo che il timone lo tengano le abitudini, i pre-giudizi, (comunque vengano da noi chiamati, per esempio istinto, carattere, personalità, segno zodiacale…)?

In effetti, se qualcuno pensa di rispondere, per scritto o solo fra sé, aprirà un dibattito intrapersonale, in primo luogo. Forse, lo farà per la prima volta. Se lo fa, contribuirà a incrementare, consapevolmente, la conoscenza di sé stesso.

Eritrofobia

Che sarà mai? (parafrasando, da “I promessi sposi”, “Carneade, chi era costui?”)

Niente di più di una forte paura di arrossire, e del fatto che altri se ne possano accorgere, e trinciare giudizi negativi, o comunque svalutare la persona che ha questo problema.

Gli effetti di questa fobia sono, nella grande maggioranza dei casi, legati alla scelta di smettere di frequentare anche gli amici e i parenti più prossimi, perché chi si accorge di “avvampare” in modo imprevedibile, reagisce con la solita soluzione inefficace: evitare le situazioni, i luoghi, le persone che potrebbero (in una fantasia pessimistica data però come certezza) indurre l’arrossire,  nel caso specifico.

Un cliente conosciuto anni prima, mi telefona dicendomi che suo figlio, di 19 anni, avrebbe bisogno di parlarmi di un suo attuale problema.

Ci diamo appuntamento, e incontro in studio un ragazzone di 1,90, in ottima forma fisica.

Dopo le solite formalità ( che consistono nel mio richiedere la mancanza di formalità, come il lei, e nel affermare che io dirò esattamente quello che penso, che quello che dirò sono mie opinioni e non verità di scienza o di fede, e suggerendo al mio interlocutore di fare la stessa cosa), inizia la seguente conversazione:

  • cosa succede, perché hai voluto incontrarmi?
  • succede che da mesi mi sono accorto che anche davanti agli amici più cari, ai parenti più stretti, mi capita di arrossire come un peperone rosso… Me lo sento, e naturalmente chiunque io abbia di fronte se ne accorge. Io mi accorgo che se ne accorge, e quindi

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