Un problema irrisolvibile

Parliamo di problemi psicologici; un esempio potrebbe essere ” non riesco a togliermi dalla testa quella idea, quella persona, quell’evento…”

Di solito, alla infinita (non è vero, ogni tanto la testa si distrae) ricorrenza dell’idea/persona/evento è associata una emozione negativa.

Una delusione, un rammarico, un rimpianto, per dirne tre.

Ma cosa in genere si fa per raggiungere l’obiettivo? Si cerca di non pensarci, sottovalutando il fatto che più cerco di non pensare a quel qualcosa, più inevitabilmente ci sto pensando.

In psicoterapia strategica breve questo “metodo” viene definito “una soluzione inefficace che rende il problema persistente”

O una soluzione funziona, e lo capiamo perché il problema è superato o ridimensionato, o non funziona, e lo capiamo perché il problema persiste o addirittura si complica.

Dunque, prima di applicare al problema X l’etichetta “irrisolvibile” dovremmo pensare a quali altri tipi di soluzioni potremmo provare ad usare.

Ed avere un atteggiamento creativo; cioè, prendere in considerazione criteri non usuali, non ordinari. In cucina, un criterio usuale può essere quello di non mischiare il dolce col salato, o col piccante.

Ma qualcuno, ha voluto provare ad andare oltre, e pare  che il cioccolato piccante abbia ottenuto un successo inatteso.

Ci sarà qualcuno dei lettori che farà commenti ed esempi?

Perché mio figlio non mi dà retta? 3° puntata

Nella puntata precedente abbiamo messo in luce il fatto che la comunicazione è uno degli strumenti fondamentali nel costruire, mantenere e modificare una relazione, Comunicare non significa soltanto scambiare informazioni, implica inevitabilmente un influenzamento reciproco.

Ciò che si dice, il modo in cui lo si dice, e quello che si ascolta, lasciano traccia nell’interlocutore, in altre parole, lo influenzano. Viene provocata una reazione, anche se il tema interessa poco o nulla, anche se si è in disaccordo.

La quantità e la qualità di questa reazione dipendono dalla capacità di esprimersi con chiarezza da parte degli interlocutori, dalla competenza sugli argomenti; ma c’è almeno un altro fattore che incide sull’influenza esercitata: la premessa, quasi sempre inconscia, sulla credibilità dell’interlocutore .

Una accettazione, o all’opposto, una critica, avranno rispettivamente una influenza positiva o negativa a seconda di come viene percepito in termini di credibilità l’interlocutore.

Tutte queste azioni/reazioni avvengono per lo più in maniera automatica.

E’ questo il motivo per cui la lettrice che ha commentato per prima il post, si ritrova magari dopo anni a verificare che alcuni temi su cui aveva discusso con i figli, ricevendo feedback di disaccordo, ora risultano “incamerati”, e addirittura esposti con le stesse parole usate dalla madre.

La costruzione, nel passato, di una relazione nella quale il ruolo gerarchico del genitore è esercitato fattualmente, ha siglato la credibilità del genitore stesso, che quindi riscuote nel futuro l’influenza sulla quale ha investito.

Se quanto sopra è sperimentato e credibile, almeno in termini percentuali (l’esercitare l’autorità, e non solo l’autorevolezza, con i figli di età inferiore ai 18 anni, sembra che porti vantaggi relazionali e formativi almeno nell’80% dei casi), perché i genitori delle ultime generazioni sono così restii ad utilizzare la gerarchia?

Domanda a cui non può essere data una sola risposta, ma ne propongo qualcuna:

  1.  I genitori hanno paura che non riusciranno a tollerare la reazione negativa del figlio, che sia di sofferenza o di ribellione; si sentiranno talmente in colpa per aver prodotto una sofferenza o una rabbia, che abdicheranno all’uso dell’autorità.
  2.  I genitori hanno una posizione “sociopolitica” contraria all’esercizio della imposizione di regole e comportamenti, soprattutto quando i figli sono in tenera età. La deroga alle regole presto diventa un’abitudine, quindi riverbera nel futuro, quando cioè si vorrebbe che i figli ne rispettassero almeno alcune. Ma l’abitudine porta entrambe le parti a classificare la regola come un atto formale, a cui nessuno ottempera. Chiacchiere e distintivo, per citare un famoso film.
  3.  I genitori hanno letto qualche saggio sulla educazione dei figli, nel quale viene stabilito che i bambini non devono subire alcuna costrizione, se invece la subiscono, avranno danni gravi alla loro relazione equilibrata e serena con le persone adulte. Di conseguenza, piuttosto che comandare, ubbidiscono, lasciando che siano i figli a comandare. I figli, peraltro, non hanno alcun problema a farlo, e quindi una incoerenza formativa di questo genere viene all’attenzione di coloro che frequentano la famiglia in questione, con effetti variabili:
    consolatori, per quei genitori che utilizzano, magari con qualche dubbio, gli stessi criteri
    fortemente critici per quei genitori che invece ritengono sano ed indispensabile definire ed attivare regole e modelli di comportamento.

Resto in attesa di qualunque commento o argomentazione su quanto sopra.

Somatizzazioni dell’ansia

Approfitto di una recente conversazione per continuare nelle mie rispettose provocazioni: le “somatizzazioni dell’ansia”. Si dice che uno stato di stress possa essere “somatizzato”, cioè trasformarsi in qualcosa che, partendo dalla mente, influenza il “soma” (dal greco antico,”corpo”). Addirittura, nella fine del 1800, medici neurologi quali, per citarne uno, Charcot, stabilirono che alcune forme di paralisi isterica, cioè non indotta da traumi, potessero essere guarite con l‘ipnosi. Stabilirono ed ottennero.
Da qui il grande successo dell’ipnosi e l’inizio delle cosiddette psicoterapie, alternative alle docce gelate, scosse elettriche ed altri metodi in uso a quei tempi per la cura delle psicopatologie.
Si parla ancora di somatizzazioni? Certo che si. Ma l’evoluzione della medicina classica oggi richiede innanzitutto che una ipotetica somatizzazione venga intanto curata con un protocollo terapeutico correlato alla diagnosi clinica.
Esempio: se mi fa male una gamba per cui zoppico, faro degli esami clinici e strumentali, ed intanto, mi verranno prescritti degli antiinfiammatori.
Solo se queste terapie non avranno effetto, il medico prenderà in considerazione una possibile diagnosi psichiatrica, e cioè che il dolore possa essere legato ad una somatizzazione.
In altre parole, dare come causa di un sintomo la somatizzazione è un azzardo, così come lo sarebbe escluderla per decreto.
Ma se dovessimo concludere che quel dolore fisico nasce da una somatizzazione, che si può fare?

Ma perché mio figlio non mi dà retta?

Negli ultimi due decenni, sempre più spesso mi son sentito fare, da genitori frustrati e preoccupati, questa domanda; e questo accade non solo quando l’età del figlio è quella canonica, cioè l’adolescenza. Sembra che la “contestazione” o comunque la disobbedienza e la perdita di attenzione riguardo alle richieste dei genitori possano cominciare in età precocissime.

La mia sensazione è che questo problema possa essere legato alla inconsapevole, ma attuata, rinuncia al ruolo gerarchico da parte dei genitori.

Il bambino ha una assoluta necessità di essere guidato, ed i genitori hanno  l’assoluto dovere e responsabilità di guidarlo.

Uno degli strumenti per ottenere questi obiettivi è la gerarchia: chi comanda in casa, il figlio o i genitori? (Questa è una controdomanda che spesso faccio a chi mi fa quella del titolo).

E frequentemente, gli stessi genitori, con sorpresa, si rendono conto che chi comanda sono i figli; in un modo o nell’altro, si fa quello che vuole il figlio.

I bambini, nella loro innocenza, sono in grado di leggere gli effetti dei loro comportamenti e imparano molto precocemente a usare modelli di influenza efficaci, per raggiungere i loro obiettivi.

Non esiste purtroppo una “scuola di formazione” per i genitori, che tuttavia, inevitabilmente, fanno quello che fanno con e per i figli essendo influenzati da una molteplicità di vettori: esperienze con i loro genitori, narrazioni fatte da parenti, amici, letture, films, e non di meno, da emozioni e sensi di colpa.

Molto raro è che prima di agire si domandino se la loro azione sta all’interno di un metodo generale, piuttosto che essere il tentativo più rapido e a portata di mano per risolvere il problema del momento.

Se, come spesso accade, non c’è stata l’occasione di definire, in coppia, le basi della struttura di un metodo generale, si agisce d’impulso, sotto l’influenza dei vettori di cui sopra.

Approfondirò la tematica di quest’articolo seguendo gli eventuali commenti.

 

rispettosa provocazione numero 2

Approfitto di una recente conversazione per continuare nelle mie rispettose provocazioni: le “somatizzazioni dell’ansia”. Si dice che uno stato di stress possa essere “somatizzato”, cioè trasformarsi in qualcosa che, partendo dalla mente, influenza il “soma” (dal greco antico,”corpo”). Addirittura, nella fine del 1800, medici neurologi quali, per citarne uno, Charcot, stabilirono che alcune forme di paralisi isterica, cioè non indotta da traumi, potessero essere guarite con l’ipnosi. Stabilirono ed ottennero.
Da qui il grande successo dell’ipnosi e l’inizio delle cosiddette psicoterapie, alternative alle docce gelate, scosse elettriche ed altri metodi in uso a quei tempi per la cura delle psicopatologie.
Si parla ancora di somatizzazioni? Certo che si. Ma l’evoluzione della medicina classica oggi richiede innanzitutto che una ipotetica somatizzazione venga intanto curata con un protocollo terapeutico correlato alla diagnosi clinica.
Esempio: se mi fa male una gamba per cui zoppico, faro degli esami clinici e strumentali, ed intanto, mi verranno prescritti degli antiinfiammatori.
Solo se queste terapie non avranno effetto, il medico prenderà in considerazione una possibile diagnosi psichiatrica, e cioè che il dolore possa essere legato ad una somatizzazione.
In altre parole, dare come causa di un sintomo la somatizzazione è un azzardo, così come lo sarebbe escluderla per decreto.
Ma se dovessimo concludere che quel dolore fisico nasce da una somatizzazione, che si può fare?

Una rispettosa provocazione

Ci siamo mai domandati quanto di razionale e logico c’è nelle nostre azioni/reazioni (senz’altro lo abbiamo fatto per le azioni/reazioni di altri), e quanto spazio invece lasciamo all'”istinto”, ai “sentimenti”, alle “emozioni”?

Ci attribuiamo consapevolmente una sorta di modello operativo di lettura delle situazioni, modello legato alla personalità, o al carattere, o alle influenze degli astri, e conseguentemente alla lettura pensiamo di reagire seguendo questo modello? Ci siamo mai chiesti quali altre scelte di lettura/ interpretazione possiamo avere, e quali altre scelte di reazione?

In altre parole, quanto governiamo il nostro cervello e corpo, e quanto viceversa lasciamo che il timone lo tengano le abitudini, i pre-giudizi, (comunque vengano da noi chiamati, per esempio istinto, carattere, personalità, segno zodiacale…)?

In effetti, se qualcuno pensa di rispondere, per scritto o solo fra sé, aprirà un dibattito intrapersonale, in primo luogo. Forse, lo farà per la prima volta. Se lo fa, contribuirà a incrementare, consapevolmente, la conoscenza di sé stesso.

Eritrofobia

Che sarà mai? (parafrasando, da “I promessi sposi”, “Carneade, chi era costui?”)

Niente di più di una forte paura di arrossire, e del fatto che altri se ne possano accorgere, e trinciare giudizi negativi, o comunque svalutare la persona che ha questo problema.

Gli effetti di questa fobia sono, nella grande maggioranza dei casi, legati alla scelta di smettere di frequentare anche gli amici e i parenti più prossimi, perché chi si accorge di “avvampare” in modo imprevedibile, reagisce con la solita soluzione inefficace: evitare le situazioni, i luoghi, le persone che potrebbero (in una fantasia pessimistica data però come certezza) indurre l’arrossire,  nel caso specifico.

Un cliente conosciuto anni prima, mi telefona dicendomi che suo figlio, di 19 anni, avrebbe bisogno di parlarmi di un suo attuale problema.

Ci diamo appuntamento, e incontro in studio un ragazzone di 1,90, in ottima forma fisica.

Dopo le solite formalità ( che consistono nel mio richiedere la mancanza di formalità, come il lei, e nel affermare che io dirò esattamente quello che penso, che quello che dirò sono mie opinioni e non verità di scienza o di fede, e suggerendo al mio interlocutore di fare la stessa cosa), inizia la seguente conversazione:

  • cosa succede, perché hai voluto incontrarmi?
  • succede che da mesi mi sono accorto che anche davanti agli amici più cari, ai parenti più stretti, mi capita di arrossire come un peperone rosso… Me lo sento, e naturalmente chiunque io abbia di fronte se ne accorge. Io mi accorgo che se ne accorge, e quindi entro in un fortissimo imbarazzo, e scappo via il più presto possibile, accampando scuse che non stanno in piedi per nessuno.

Gradualmente, nell’arco di questi mesi, mi sono allontanato da tutti, continuo a vedere solo la mia famiglia e la mia ragazza, ma i miei amici e compagni più cari non sanno più cosa pensare; ormai rifiuto ogni invito ad occasioni d’incontro, sempre con scuse inconsistenti, ed anche loro si sono allontanati, a parte pochi che insistono, ma sempre più sconcertati ed a volte anche incazzati.

Io non so più che fare, sono andato anche da un angiologo, ho fatto analisi cliniche e strumentali, sperando che la cosa potesse risolversi con qualche farmaco, ma tutti mi hanno detto che è una reazione emotiva, e che forse potrebbe giovarmi prendere un ansiolitico. Ma io non voglio diventare dipendente da un farmaco, posto che possa funzionare.

  • E quindi, come pensi di superare questo problema?
  • Non lo so, sono qui per questo, e ti dico anche che sono incazzatissimo con me stesso, ma la rabbia non risolve nulla.

Ci rifletto su qualche secondo, e poi mi viene l’idea di provare a costruire un inganno logico, cioè credibile dal punto di vista razionale, che sposti la sua attenzione dalla eritrofobia a una questione di livello superiore al sintomo.

Perciò, gli dico:

  • Sai, come ci siamo detti poc’anzi, io voglio dire ciò che penso, e senza fare tanti giri…
  • Certo, vai tranquillo
  • Dunque, penso che tu sia veramente egoista ed egocentrico, un atteggiamento molto infantile…
  • No, io non sono così come dici, anzi, chi mi conosce sa che sono generoso e disponibile, sempre pronto ad ascoltare gli altri…

La mia è solo una provocazione, ma vuole esserlo, perché penso che porti in alto la sua attenzione

  • Se tu non fossi un egoista ed un egocentrico cercheresti di tranquillizzare i tuoi amici, gli diresti che non ce l’hai con loro, ma che in questo periodo hai un problema, e temi che loro fraintendano, e ti giudichino uno che è diventato timido, o troppo serio, o qualcosa del genere…
  • Cioè, secondo te devo dir loro che mi vergogno perché arrossisco al minimo stormir di fronde?

Credo che questo possa essere il momento di tentare di mandare all’aria la sequenza ” problema, soluzione inefficace e persistenza del problema” , quindi aspetto l’occasione per fare una battuta che demolisca tutto.

  • Penso che la potresti fare più credibile, senza perderci la faccia
  • E come?
  • Potresti dire che se ti vedono che d’improvviso arrossisci come un peperone, non devono temere per la tua salute, non ti sta venendo un ictus… è solo che stai prendendo un farmaco che a volte  provoca questo effetto collaterale….
  • Quale farmaco?
  • Il Viagra
  • …???!!! Ma che dici, io non prendo nessun Viagra…
  • E aggiungi che a te, invece di farti effetto sotto la cintura, ti fa effetto dal collo in su…
  • …. (ride sgangheratamente, ed anch’io rido)  mannaggia, mio padre mi aveva detto che sei uno che scherza, ma mi hai preso completamente alla sprovvista…

L’effetto sembra raggiunto, siamo riusciti a smontare la gravità della situazione, e a portare il film verso gli aspetti comici.

Dopo le risate, io dico che dovrebbe, la prossima volta che andrà ad un incontro con amici, stabilire di prendersi cura delle loro paure ( e non della sua) e dire loro qualcosa del genere. Cioè, ribadisco la tesi dell’egocentrismo, ma in modo lievissimo e scherzoso, e do per scontato che lui accetterà il prossimo invito.

Decidiamo di rivederci dopo due settimane, e in questo secondo incontro mi dice che ha ripreso i contatti con amici e parenti, e che gli è sembrato che l’arrossire non si sia ripresentato, ma soprattutto:

  • se qualcuno dovesse dirmi qualcosa, mi rivendo la battuta che mi hai fatto tu, e magari ci divertiamo come abbiamo fatto qui assieme a te.

Una buffa fobia del “Grande Raccordo Anulare” di Roma

Mi telefona una ragazza (sento il messaggio registrato nel telefono del mio studio, e la voce mi sembra quella, allegra e vivace, di una ragazza) che mi lascia il suo numero di telefono in quanto vorrebbe verificare se il suo problema può essere affrontato con il metodo TSB.

Concordiamo di incontrarci, e lei mi descrive il problema:

almeno da un anno, dopo aver avuto un attacco di panico mentre andava al lavoro, passando per il GRA, ogni giorno lo evita, e per arrivare all’ufficio dove lavora si sobbarca l’attraversamento della città, costretta a lunghe percorrenze sia in andata che al ritorno.

Inoltre, come in tutte le situazioni simili, l’evitare la situazione o l’oggetto fobico non risolve il problema, ma induce gradualmente nella persona un motivo di sfiducia in sé stessa, che non è limitato alla guida sul raccordo, (nello specifico caso), ma si estende ad altre situazioni, come per esempio la capacità di decidere, l’autonomia operativa eccetera.

Il rischio è che il problema e le soluzioni inefficaci compromettano l’identità della persona, che cambia in peggio l’immagine di sé.

Il primo incontro con la ragazza, chiamiamola Cinzia, mette a fuoco il problema e la soluzione inefficace.

Dopo un paio di incontri, le chiedo se si sente pronta a tentare una soluzione alternativa.:

  • be’, sono qui per questo…
  • cosa pensi che ti stia per proporre?
  • che devo da tornà sur raccordo…
  • appunto, però devi farlo in modo graduale, in particolare, devi scegliere una uscita che disti dalla successiva il meno possibile, così forse non hai nemmeno il tempo di spaventarti…
  • quello lo trovo sempre!
  • dunque, dobbiamo trovare una strategia che ti faccia concentrare su qualcos’altro, così che fra l’entrare e l’uscire tu sia distratta…
  • e come?
  • la mia idea è che devi attirare l’attenzione di altri automobilisti su di te, e che quindi ti concentri sulle loro reazioni piuttosto che sulle tue paure
  • cioè?
  • beh, supponiamo che tu tifi per la Roma (o la Lazio) e quindi ti porti e sventoli la bandiera, gridando Roma alè alè…
  • ma io so’ daa Lazio…
  • Ok, Lazio Lazio, alè alè

Ride, e dopo un po’ prende l’iniziativa:

” mo’ me vado a comprà a trombetta co ‘a bomboletta, quella da stadio proprio…

Io rido, e ci vediamo la settimana successiva.

Lei entra in studio con la trombetta, e mi fa un concertino di qualche minuto, ridendo. Rido anch’io un po’ preoccupato per i vicini di casa…

  • che è successo?
  • be’ so’ annata sur raccordo co’a machina, da sola, co’a trombetta…come so’ entrata, ho cominciato a sonà a tutto spiano..
  • come ti sentivi?
  •  impaurita, ma nello stesso tempo, stavo a fà na sceneggiata bbuffa, quindi, stavo come in attesa de vede le reazzioni dell’altri…
  • che ci sono state?
  • a voja.. chi rideva, e me faceva er pollice arzato, chi me guardava male, chi faceva finta de nulla, chi se toccava a tempia cor dito…’nzomma, non so’ passata inosservata…
  • e nel frattempo?
  • ner frattempo so’ arivata all’uscita successiva, ma siccome stavo bbene, ho continuato pe altre due uscite, poi so’ uscita, ma stavo apposto, nun credevo che sarebbe stato cosi…
  • e poi?
  • poi ce so’ tornata, due giorni dopo, e me so’ fatta mezzo raccordo, ‘nzomma, a fattela breve, ho ripreso a annà ar lavoro passanno p’er raccordo…
  • ammazza, chi sei (io)

Lei ride, mi fa un paio di colpi di trombetta.

Le chiedo cosa ha capito, se pensa che il problema sia superato. Mi risponde che non è sicura, infatti si continua a portare la tromba, ma che ha capito che per un anno ha dato credito alla sua immaginazione, e quindi che non ha fatto nessun esperimento per verificare nei fatti la sua capacità di reagire.

In seguito, ci vediamo altre due volte, a distanza di 15 giorni, e poi di un mese. Decidiamo di interrompere, sia lei che io abbiamo visto che la situazione è stabile, e che può fare da sola. Se poi dovesse avere qualche problema, può chiamarmi. Finora, e son passati un paio d’anni,  non si è fatta risentire, e siamo contenti entrambi.

La morale di questa novella è, a mio parere, che Cinzia ha avuto la possibilità di demolire diversi autoinganni:

  1. quello di non riuscire a modificare l’abitudine ad evitare il raccordo, sostenuta da altri imbrogli
  2. quello che da sola non avrebbe avuto le risorse per affrontare un secondo attacco di panico
  3. quello che nessuno l’avrebbe aiutata se fosse stata male
  4. quello di avere ormai sviluppato una sorta di handicap, che sarebbe rimasto tale definitivamente

In breve, con quella esperienza ha scoperto che gli altri automobilisti, se qualcuno si fa notare, reagiscono, che i modi più diffusi di reagire non sono quelli del rifiuto, ma quelli della solidarietà, e questo le ha dato coraggio.

Ha scoperto anche un “metodo”: se una persona riesce a concentrarsi su qualcosa di divertente, interessante, intrigante, la paura si allontana o sparisce.

Ha scoperto, parafrasando un aforisma di Groucho Marx, che “la situazione è grave, ma non è seria”, cioè se cerchiamo, anche in molte situazioni gravi, qualcosa di buffo, spessissimo lo troviamo, e di conseguenza la serietà della situazione si riduce, assieme alla paura.

Questo è il mio blog

Salve,

questo è il blog in cui voglio raccontare e discutere, con chi sarà interessato, della mia esperienza pluridecennale come  psicoterapeuta che ha seguìto, e modificato e continua a farlo, il metodo detto psicoterapia breve strategica (PBS).

Senza entrare nel dettaglio, la PBS è un modello messo a punto in USA nei primi anni ’60 dello scorso secolo, e che ha come obiettivo di contribuire a superare i problemi e disagi nella relazione di una persona con sé stessa, con gli altri, e più generalmente col mondo ( del lavoro, dei valori che costituiscono i riferimenti etici ed operativi di ognuno di noi, eccetera) in modo concreto ed il più possibile veloce.

Una PBS normalmente si conclude nell’arco di 10 sedute o meno, cioè esclude impegni di anni, come invece avviene tuttora nelle cosiddette terapie classiche.

Quelle, per intenderci, in cui si prevede l’analisi del passato, anche remoto, di una persona, l’ipotetica individuazione di “complessi” che impediscono una efficace gestione della vita individuale.

Ciò richiede che sia portato a termine un processo di autoconoscenza ( seguendo i criteri dell’orientamento metodologico del terapeuta), ed un lungo e impegnativo, anche dal punto di vista economico, percorso di superamento o integrazione dei “complessi”.

Alla fine, una persona dovrebbe riacquisire la propria autonomia e capacità decisionale.

La PBS, invece, parte dall’ovvio presupposto che se una persona ha un problema, un disagio, che magari persiste da tempo,  il motivo è legato al fatto che le soluzioni tentate (nessuno va in psicoterapia il giorno dopo che ha scoperto di avere un problema, prima prova a risolverlo da solo) non sono state efficaci.

Questo non significa che il problema sia impossibile da risolvere, ma che serve trovare e provare soluzioni diverse da quelle finora utilizzate.

Quindi, la PBS è centrata nel comprendere il tipo di soluzioni messe in atto dal cliente, che non hanno avuto successo, e trovarne e provarne delle altre.

Quasi sempre, le soluzioni sono legate ad un metodo, che può avere una radice logica, di buon senso, ma i problemi emotivi richiedono la conoscenza e l’uso di una logica emotiva. Se usiamo solo la logica razionale, il buon senso, non è detto che il problema scompaia.

In altre parole, le soluzioni inefficaci possono derivare dall’uso di un metodo (in ogni nostra scelta, e nella lettura del mondo, tutti usiamo dei metodi, anche se non li chiamiamo così), che non è quello più adatto.

Per il momento, mi fermo qui, e resto in attesa di commenti.