Una buffa fobia del “Grande Raccordo Anulare” di Roma

Mi telefona una ragazza (sento il messaggio registrato nel telefono del mio studio, e la voce mi sembra quella, allegra e vivace, di una ragazza) che mi lascia il suo numero di telefono in quanto vorrebbe verificare se il suo problema può essere affrontato con il metodo TSB.

Concordiamo di incontrarci, e lei mi descrive il problema:

almeno da un anno, dopo aver avuto un attacco di panico mentre andava al lavoro, passando per il GRA, ogni giorno lo evita, e per arrivare all’ufficio dove lavora si sobbarca l’attraversamento della città, costretta a lunghe percorrenze sia in andata che al ritorno.

Inoltre, come in tutte le situazioni simili, l’evitare la situazione o l’oggetto fobico non risolve il problema, ma induce gradualmente nella persona un motivo di sfiducia in sé stessa, che non è limitato alla guida sul raccordo, (nello specifico caso), ma si estende ad altre situazioni, come per esempio la capacità di decidere, l’autonomia operativa eccetera.

Il rischio è che il problema e le soluzioni inefficaci compromettano l’identità della persona, che cambia in peggio l’immagine di sé.

Il primo incontro con la ragazza, chiamiamola Cinzia, mette a fuoco il problema e la soluzione inefficace.

Dopo un paio di incontri, le chiedo se si sente pronta a tentare una soluzione alternativa.:

  • be’, sono qui per questo…
  • cosa pensi che ti stia per proporre?
  • che devo da tornà sur raccordo…
  • appunto, però devi farlo in modo graduale, in particolare, devi scegliere una uscita che disti dalla successiva il meno possibile, così forse non hai nemmeno il tempo di spaventarti…
  • quello lo trovo sempre!
  • dunque, dobbiamo trovare una strategia che ti faccia concentrare su qualcos’altro, così che fra l’entrare e l’uscire tu sia distratta…
  • e come?
  • la mia idea è che devi attirare l’attenzione di altri automobilisti su di te, e che quindi ti concentri sulle loro reazioni piuttosto che sulle tue paure
  • cioè?
  • beh, supponiamo che tu tifi per la Roma (o la Lazio) e quindi ti porti e sventoli la bandiera, gridando Roma alè alè…
  • ma io so’ daa Lazio…
  • Ok, Lazio Lazio, alè alè

Ride, e dopo un po’ prende l’iniziativa:

” mo’ me vado a comprà a trombetta co ‘a bomboletta, quella da stadio proprio…

Io rido, e ci vediamo la settimana successiva.

Lei entra in studio con la trombetta, e mi fa un concertino di qualche minuto, ridendo. Rido anch’io un po’ preoccupato per i vicini di casa…

  • che è successo?
  • be’ so’ annata sur raccordo co’a machina, da sola, co’a trombetta…come so’ entrata, ho cominciato a sonà a tutto spiano..
  • come ti sentivi?
  •  impaurita, ma nello stesso tempo, stavo a fà na sceneggiata bbuffa, quindi, stavo come in attesa de vede le reazzioni dell’altri…
  • che ci sono state?
  • a voja.. chi rideva, e me faceva er pollice arzato, chi me guardava male, chi faceva finta de nulla, chi se toccava a tempia cor dito…’nzomma, non so’ passata inosservata…
  • e nel frattempo?
  • ner frattempo so’ arivata all’uscita successiva, ma siccome stavo bbene, ho continuato pe altre due uscite, poi so’ uscita, ma stavo apposto, nun credevo che sarebbe stato cosi…
  • e poi?
  • poi ce so’ tornata, due giorni dopo, e me so’ fatta mezzo raccordo, ‘nzomma, a fattela breve, ho ripreso a annà ar lavoro passanno p’er raccordo…
  • ammazza, chi sei (io)

Lei ride, mi fa un paio di colpi di trombetta.

Le chiedo cosa ha capito, se pensa che il problema sia superato. Mi risponde che non è sicura, infatti si continua a portare la tromba, ma che ha capito che per un anno ha dato credito alla sua immaginazione, e quindi che non ha fatto nessun esperimento per verificare nei fatti la sua capacità di reagire.

In seguito, ci vediamo altre due volte, a distanza di 15 giorni, e poi di un mese. Decidiamo di interrompere, sia lei che io abbiamo visto che la situazione è stabile, e che può fare da sola. Se poi dovesse avere qualche problema, può chiamarmi. Finora, e son passati un paio d’anni,  non si è fatta risentire, e siamo contenti entrambi.

La morale di questa novella è, a mio parere, che Cinzia ha avuto la possibilità di demolire diversi autoinganni:

  1. quello di non riuscire a modificare l’abitudine ad evitare il raccordo, sostenuta da altri imbrogli
  2. quello che da sola non avrebbe avuto le risorse per affrontare un secondo attacco di panico
  3. quello che nessuno l’avrebbe aiutata se fosse stata male
  4. quello di avere ormai sviluppato una sorta di handicap, che sarebbe rimasto tale definitivamente

In breve, con quella esperienza ha scoperto che gli altri automobilisti, se qualcuno si fa notare, reagiscono, che i modi più diffusi di reagire non sono quelli del rifiuto, ma quelli della solidarietà, e questo le ha dato coraggio.

Ha scoperto anche un “metodo”: se una persona riesce a concentrarsi su qualcosa di divertente, interessante, intrigante, la paura si allontana o sparisce.

Ha scoperto, parafrasando un aforisma di Groucho Marx, che “la situazione è grave, ma non è seria”, cioè se cerchiamo, anche in molte situazioni gravi, qualcosa di buffo, spessissimo lo troviamo, e di conseguenza la serietà della situazione si riduce, assieme alla paura.

Questo è il mio blog

Salve,

questo è il blog in cui voglio raccontare e discutere, con chi sarà interessato, della mia esperienza pluridecennale come  psicoterapeuta che ha seguìto, e modificato e continua a farlo, il metodo detto psicoterapia breve strategica (PBS).

Senza entrare nel dettaglio, la PBS è un modello messo a punto in USA nei primi anni ’60 dello scorso secolo, e che ha come obiettivo di contribuire a superare i problemi e disagi nella relazione di una persona con sé stessa, con gli altri, e più generalmente col mondo ( del lavoro, dei valori che costituiscono i riferimenti etici ed operativi di ognuno di noi, eccetera) in modo concreto ed il più possibile veloce.

Una PBS normalmente si conclude nell’arco di 10 sedute o meno, cioè esclude impegni di anni, come invece avviene tuttora nelle cosiddette terapie classiche.

Quelle, per intenderci, in cui si prevede l’analisi del passato, anche remoto, di una persona, l’ipotetica individuazione di “complessi” che impediscono una efficace gestione della vita individuale.

Ciò richiede che sia portato a termine un processo di autoconoscenza ( seguendo i criteri dell’orientamento metodologico del terapeuta), ed un lungo e impegnativo, anche dal punto di vista economico, percorso di superamento o integrazione dei “complessi”.

Alla fine, una persona dovrebbe riacquisire la propria autonomia e capacità decisionale.

La PBS, invece, parte dall’ovvio presupposto che se una persona ha un problema, un disagio, che magari persiste da tempo,  il motivo è legato al fatto che le soluzioni tentate (nessuno va in psicoterapia il giorno dopo che ha scoperto di avere un problema, prima prova a risolverlo da solo) non sono state efficaci.

Questo non significa che il problema sia impossibile da risolvere, ma che serve trovare e provare soluzioni diverse da quelle finora utilizzate.

Quindi, la PBS è centrata nel comprendere il tipo di soluzioni messe in atto dal cliente, che non hanno avuto successo, e trovarne e provarne delle altre.

Quasi sempre, le soluzioni sono legate ad un metodo, che può avere una radice logica, di buon senso, ma i problemi emotivi richiedono la conoscenza e l’uso di una logica emotiva. Se usiamo solo la logica razionale, il buon senso, non è detto che il problema scompaia.

In altre parole, le soluzioni inefficaci possono derivare dall’uso di un metodo (in ogni nostra scelta, e nella lettura del mondo, tutti usiamo dei metodi, anche se non li chiamiamo così), che non è quello più adatto.

Per il momento, mi fermo qui, e resto in attesa di commenti.